Da Visitare

 

 

Reggio (Rhegion) fu fondata verso la metà dell’VIII secolo a.C. da coloni calcidesi. Nell’89 a.C.  divennemunicipium romano. Nel IV secolo d.C. divenne residenza del governatore (corrector) della Lucania e del Bruzio. Nel 61 d.C.  San Paolo, nel corso dei suoi viaggi, fece tappa anche a Reggio. Subì il saccheggio dei Visigoti di Alarico nel 410 l’assedio degli Ostrogoti di Totila nel 549. Per più di cinque secoli rimase sotto il dominio dei Bizantini. Dal IX secolo, Reggio fu oggetto di ripetute incursioni e razzie da parte degli Arabi di Sicilia. Nel 1060 Reggio fu conquistata dai Normanni di Roberto il Guiscardo; venne istituito il primo arcivescovato latino. Nel 1267 posso sotto il dominio degli Angioini. Nel 1433 il re aragonese Alfonso il Magnanimo conquistò Reggio. Nel 1502 ad opera del Gran Capitano Consalvo di Cordova fu assoggettata al potere del re di Spagna, Ferdinando il Cattolico. È del 1543 il terribile saccheggio ad opera del condottiero turco Khayr al-Din come nel 1594 un altro saccheggio fu operato da Scipione Sinan Cicala. Passata sotto il governo dei Borbone, la ripresa economica avvenne nel corso del ‘700.

Due tragici eventi segnarono però la storia di Reggio in questo periodo:l’epidemia di peste del 1743 e il terremoto del 1783 che causo ingentissimi danni e dovette essere praticamente ricostruita su progetto di Mori. Sotto il governo di Gioacchino Murat venne istituito il primo Liceo cittadino e furono iniziate numerose opere pubbliche. Nel 1814 Reggio ritornò sotto il dominio borbonico. Il 2 settembre del 1947 scoppia la rivolta antiborbonica, ma la reazione del governo fu durissima: morirono Domenico Romeo ed altri, come Paolo Pellicano, Agostino e Antonino Plutino finirono in esilio. Il 21 agosto 1860 Reggio fu conquistata dai garibaldini. Il 28 dicembre 1908 Reggio vennedevastata da un altro terribile sisma e dal maremoto. Della ricostruzione, lenta e difficile si occupò l’ingegnere Pietro De Nava e Giuseppe Valentinosindaco della città nel periodo compreso fra 1918 al 1923. Sotto il governo fascista fu creata la “Grande Reggio” con l’accorpamento di ben 14 comuni limitrofi ad opera del Potestà Giuseppe Genoese-Zerbi. Durante la Seconda Guerra Mondiale la città fu ripetutamente bombardata. Fino a quando le truppe alleate non entrarono a Reggio. Il primo sindaco fu Priolo. Il 2 giugno 1946 a Reggio i maggiori consensi per l’elezione dell’Assemblea costituente li raccolse la Democrazia Cristiana. Fra il luglio 1970 e il settembre 1971 esplosero in città dei moti di protesta poiché il Capoluogo di Regione divenne Catanzaro. Dagli anni ‘60 in poi si delineò un fenomeno di emigrazione verso il Nord Italia che si prolungò per tutti gli anni ’70. Negli anni ’80 la città attraverso una fase difficile dovuta al ripercuotersi sul tessuto sociale degli eventi legati alla cosidetta “guerra di mafia” che seminò centinaia di morti e ad inchieste giudiziarie che coinvolsero le amministazioni comunali dell’epoca.

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I “Bronzi di Riace”, originali scultorei greci di straordinaria importanza, furono rinvenuti, in maniera fortuita, il 16 agosto 1972 nelle acque di Riace Marina, a 200 m dalla costa e ad una profondità di 8 m. Di seguito, tali fondali furono interessati da un’indagine stratigrafica (1973) e da prospezioni (1981), che portarono al rinvenimento di 28 anelli in piombo pertinenti alle vele di una nave antica, un frammento di chiglia di nave riconducibile ad un arco cronologico che va dall’età romana a quella bizantina e la maniglia dello scudo imbracciato dal “Bronzo A”. A seguito di un primo intervento conservativo operato presso l’allora Soprintendenza alle Antichità di Reggio Calabria, le statue furono sottoposte a restauro strutturale complessivo presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze (1975-1980). Dopo essere state in mostra al Museo Archeologico di Firenze (1980-1981) ed ai Musei Capitolini di Roma (1981), sono, dal 1981, in esposizione permanentemente presso il Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, dove sono state sottoposte ad un ulteriore intervento di restauro tra il 1992 e il 1995. La tecnica utilizzata per la realizzazione dei “Bronzi”, ha previsto la saldatura di parti fuse separatamente: testa, torace, braccia (distinte in tre settori, mani, gambe, piedi, dita medie dei piedi).

Sotto l’aspetto stilistico, le due statue sono articolate secondo un medesimo schema “a chiasmo” (alla gamba destra che sostiene tutto il peso del corpo corrisponde il braccio sinistro che sorregge lo scudo) ed arti di scarico (alla gamba sinistra flessa corrisponde il braccio sinistro che tiene la lancia). Esse possono  essere state realizzate per essere esposte insieme ad altre in un donario, oppure essere state ex voto presso un santuario greco. Non è da escludere, d’altra parte, che le due statue siano state accostate solo al momento del trasporto per mare.

Alcuni studiosi (G. Dontas) pensano che, nonostante le differenze, si possa attribuire entrambe le statue a uno stesso periodo, intorno alla metà del V sec. a.C., e allo stesso ambiente, presumibilmente quello dell’Attica. Altri (A. Di Vita) sottolineano le differenze, attribuendo al 460 a.C. il “Bronzo A”, fortemente legato allo stile di Mirone e al 430 a.C. il “Bronzo B”, già influenzato da sculture attiche.

Per la collocazione in Grecia di esse, di recente, sulla base dei risultati delle analisi sulle terre di fusione, che indicano come possibile luogo di produzione Argo, è stata proposta (P. Moreno) la pertinenza ad un donario innalzato nell’agorà di questo centro del Peloponneso raffigurante i Sette a Tebe, eroi argivi che attaccarono la città di Tebe, rimanendo sconfitti e morendo tutti: il “Bronzo A” sarebbe Tideo, il “Bronzo B” Anfiarao, i loro autori Agelada ed Alcamene.

 Per la loro collocazione in Magna Grecia, un’ipotesi (S. Stucchi) è quella che si tratti dell’olimpionico locrese Euthymos di Locri, vincitore per tre volte nel pugilato; il “Bronzo B”, realizzato da Pitagora di Reggio poco dopo il 470 a.C. potrebbe rappresentare l’atleta dopo aver sconfitto il mostro di Temesa; il “Bronzo A”, opera di un artista megaloellenico, databile poco prima del 435 a.C., l’atleta divenuto eroe dopo la morte.

 Bronzo A

Il “Bronzo A”, alto 1.98 m, si caratterizza per l’impiego di molteplici materiali per la realizzazione di dettagli anatomici: i bulbi oculari sono in avorio (le pupille, non conservate, erano presumibilmente realizzate in pasta vitrea o con pietre preziose), le labbra in rame, i cinque denti dell’arcata superiore sono resi mediante una lamina d’argento modellata. I capezzoli sono realizzati con una lega a bassa quantità di stagno, che conferisce loro un particolare colore rosa tenue. La testa venne originariamente concepita priva di elmo, come dimostra l’accuratissima resa dei capelli su tutta la calotta al di sopra della fascia che li trattiene. Sulla sommità del capo, inoltre, è presente un foro atto, forse, ad ospitare un meniskos (perno acuminato di bronzo funzionale a tenere lontani gli uccelli dalle statue). In un secondo, tempo, tuttavia, fu alloggiato un elmo corinzio, come attestano segni di appoggi sulla nuca e sulla fascia, oltre che la trasformazione dell’originario foro in un alloggiamento squadrato per l’elmo stesso. In quell’occasione le orecchie, ben modellate, furono coperte da ciocche applicate.

 Bronzo B

Anche il “Bronzo B”, alto 197 m, si caratterizza per l’impiego di molteplici materiali per la realizzazione dei dettagli anatomici: l’occhio destro (l’unico conservato) ha la cornea realizzata in pietra bianca con iride ad anelli concentrici bicromi (bianco e rosa) e pupilla nera. Le labbra sono in rame ed capezzoli sono realizzati con una lega a basso quantitativo di stagno che conferisce loro un particolare colore rosa tenue. La scultura presenta segni di rimaneggiamenti: il braccio destro e l’avambraccio sinistro presentano segni di rimaneggiamenti apportati mediante l’impiego di una lega con forte percentuale di piombo, secondo una consuetudine tipica dell’età ellenistica e romana.

 
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La Cattedrale intitolata a Maria SS. Assunta in Cielo, sorge nell’area centrale del Comune, precisamente di fronte piazza Duomo e fa parte della I Zona Pastorale di Reggio Centro.  La chiesa ritrova la sua storia all’interno di quella più complessa della città, più volte danneggiata da eventi bellici e catastrofi naturali. 
 Le origini della cattedrale si fanno risalire allafondazione della chiesa da parte di San Paolo, che sostò a Reggio durante il viaggio che in catene lo portava da Cesare a Roma nel 56 d. C.. 
Atti 28,13″…( ) ..\Di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli.”Reggio è stata soggetta a diverse dominazioni, tra le quali quella bizantina che sottrasse la chiesa reggina al pontefice romano, ponendola sotto il patriarca di Costantinopoli, per poi proseguire con l’avvento dei normanni (1061), che l’hanno restituita all’antichità ecclesiastica romana, quindi lasciata ai greci l’antica cattedrale con il titolo di cattolica,  costruirono la cattedrale con tipologia a tre navate. Fu ricostruita e riconsacrata nel 1580 dall’arcivescovo Gaspare Ricciulli Del Fosso dopo un incendio dei turchi (1574) che si ripete nel 1594 e per questo subisce diversi interventi di restauro tra cui quello dell’arcivescovo Annibale D’Afflitto nel 1599, dell’arcivescovo Gaspare Creales nel 1665 e dell’arcivescovo Martino Ybanez Y Villanueva nel 1682. Furono realizzati ulteriori interventi di restauro dopo il terremoto dei 1783 dall’ingegnere Giovan Battista Mori fino ad arrivare all’altro terremoto dei 1908 che ne provocò notevoli danni e che ne conseguì la decisione di ricostruire integralmente l’edificio religioso adeguandosi al piano di ricostruzione della città.

La Cattedrale odierna su progetto iniziale dell’ingegnere P. Carmelo Umberto Angiolini e successivamente modificato dall’ingegnere Mariano Francesconi è stata consacrata nel 1928 dall’arcivescovo Mons. Carmelo Pujia. L’edificio realizzato in uno stile ove si mescolano motivi neoromanici e neogotici, presenta un impianto basilicale con tre navate interrotte da tre pseudo transetti alti quanto la navata centrale e terminati con abside poligonale per una lunghezza di 93 metri e larghezza di 26 metri rappresentando il più vasto edificio della regione. Sulla scalinata esterna si ergono due statue dello scultore Francesco Jerace, realizzate nel 1929, a sinistra e quella di San Paolo a destra quella di Santo Stefano di Nicea. Il portale a destra, che rappresenta la vita di San Paolo, è stato realizzato da Nunzio Bibbò, mentre quella a sinistra e dedicato alla Madonna della Consolazione ed è opera di Biagio Poidimani. Il portale centrale inaugurato in occasione del XXI  congresso eucaristico nazionale del 1988, e opera di Luigi Venturini, ed è dedicato a Maria SS. Assunta in cielo.

 La navata centrale è separata da quelle laterali da due file di colonne rivestite in marmo con base in pietra di trani con distanza diversa in corrispondenza dei transetti e lungo le navate laterali si aprono, al di sotto del presbiterio, otto cappelle contenenti beni mobili di notevole interesse storico-artistico. Mentre all’interno a sinistra dell’ingresso principale è murata a una epigrafe di Papa Paolo VI con la quale si eleva la chiesa a Basilica minore, mentre sulla destra un’altra epigrafe di Papa Giovanni Paolo II proclama San Paolo patrono principale e Santo Stefano di Nicea patrono secondario dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria. Sono custodite inoltre preziose opere d’arte come l’Altare Maggiore in bronzo, le tele ottocentesche del Crestadoro e del Minali, la cappella del Sacramento monumento barocco della città, edificata nel 1655 da Placido Brandamonte di Messina , mentre sull’altare si trova un pregevole olio su tela che raffigura il sacrificio di Melchisedeck, di Domenico Maroli (1665), nella Cappella di San Paolo è posta al centro una tela del pittore siciliano Carlo Maria Rinaldi, rappresentante la Consacrazione di Santo Stefano da Nicea e realizzata nel 1828. Davanti all’altare maggiore è collocata la Cattedra arcivescovile, opera di Alessandro Monteleone. 
 L’architettura
L’edificio realizzato in uno stile ove si mescolano motivi neoromanici e neogotici, presenta un impianto basilicale con tre navate interrotte da tre pseudo transetti alti quanto la navata centrale e terminati con absidi. In occasione del 50° anniversario della ricostruzione, nel 1978 è elevata a basilica minore. Sulla scalinata esterna si ergono due statue dello scultore Francesco Jerace, realizzate nel 1929, a sinistra e quella di San Paolo a destra quella di Santo Stefano di Nicea. Il portale a destra, che rappresenta la vita di San Paolo, è stato realizzato da Nunzio Bibbò, mentre quella a sinistra e dedicato alla Madonna della Consolazione ed è  opera di Biagio Poidimani. Il portale centrale inaugurato in occasione del XXI  congresso eucaristico nazionale del 1988, e opera di Luigi Venturini, ed è dedicato a Maria SS. Assunta in cielo. Sul lato sinistro della facciata si trova l’Auditorium San Paolo. La copertura voltata della Cattedrale, poggia su capriate decorate per tutta l’estensione della navata centrale, mentre le navate laterali sono coperte con volte a crociera.  A sinistra dell’ingresso principale è murata a una epigrafe di Papa Paolo VI con la quale si eleva la chiesa a Basilica minore, mentre sulla destra un’altra epigrafe di Papa Giovanni Paolo II proclama San Paolo patrono principale e Santo Stefano di Nicea patrono secondario dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria. Le pareti della navata, del coro e dell’abside dipinte con motivi che si ispirano ai mosaici bizantini, sono opera di Eugenio Cisterna e sono stati  restaurati nel 1984. Sulla parete della navata a destra è murata un’epigrafe fatta incidere dall’Arcivescovo Ibanez nel 1682 a testimonianza dei lavori di restauro fatti nella cattedrale. Lungo la stessa navata e collocata la cappella nella quale sono sepolti gli Arcivescovi Francesco Converti, Carmelo Pujia, Rinaldo Camillo Rousset, ed il cardinale Gennaro Portanova. Nella Cappella di San Giuseppe è sepolto l’Arcivescovo Giovanni Ferro che ha retto l’Arcidiocesi reggina dal 1950 al 1977. Bisogna ricordare, poi i sacelli degli Arcivescovi Matteo di Gennaro (1660 – 1674) e Annibale d’Afflitto (1593 – 1638), la Cappella del Crocefisso ornata da un crocifisso settecentesco e quella del Sacro Cuore di Gesù. Interessante nella cappella il dipinto del “transito di San Giuseppe”.
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  La storia del teatro reggino affonda le radici negli anni ’20. La struttura vanta una tradizione fastosa, ospitò anche Maria Callas, e fu progettata e realizzata proprio sul finire del secondo decennio dello scorso secolo. 

Lo stile classico e sobrio, un foyer elegante, il grande sipario rosso sul proscenio seppur di piccole dimensioni, il Teatro “Cilea” si presenta raffinato nell’architettura e negli arredi soprattutto dopo il restauro che lo ha restituito dopo oltre un decennio alla città.
L’edificio sorge nell’area che prima del terremoto del 1908 era occupata dal Palazzo Municipale (ex convento dei Domenicani).La storia  costruttiva del teatro è stata caratterizzata da numerosi intralci, interruzioni e varianti in corso d’opera: il progetto redatto nel 1919 venne appaltato a vari stralci, interrotto numerose volte per mancanza di fondi e completato negli anni trenta. Dal punto di vista formale si articola in tre corpi di fabbrica: il primo quello che si affaccia sul corso Garibaldi è quello che maggiormente esprime i caratteri di monumentalità.Esso è costituito da un corpo centrale sporgente porticato al piano terra e acui si accede attraverso una scalinata centrale e due rampe laterali carrabili.Dal portico si passa all’atrio realizzato su due livelli e caratterizzato da colonne raffinate e rivestimenti in marmo. Subito dopo l’atrio si accede al secondo corpo di fabbrica, la sala centrale, che presenta la caratteristica forma ottocentesca a ferro di cavallo, raccordata al palcoscenico da un boccascena. Si sviluppa in altezza in tre ordini di palchi e un loggione interrotti nella parte centrale da un palco d’onore. I palchi erano segnati da setti murari che sostituivano le colonne previste dalla prima stesura del progetto.La sala, sottoposta a diverse varianti, aveva una copertura a cupola con capriate a calotta metallica. Dalla sala si arriva alla torre scenica costituita dal palcoscenico, dai camerini e dai depositi. Esternamente l’edificio mantiene la divisione in tre elementi, valorizzandone il gioco dei volumi.  Il prospetto del corpo anteriore è caratterizzato da due parti distinte che segnano i due piani: la prima costituita da una serie di fasce orizzontali in graniglia martellata che terminano in una trabeazione con decorazioni a triglifi; la seconda invece caratterizzata dall’andamento di colonne composite abbinate e alternate da finestre arcuate o con trabeazione a timpano. Al disopra delle colonne si legge una trabeazione ed un frontone sul quale, in corrispondenza delle colonne, si trovano dei bassorilievi con testa di musa.All’esterno la sala interrompe il paramento  murario dei prospetti staccando con le sue superfici curve il corpo anteriore da quello posteriore. Quest’ultimo è contraddistinto da un frontone che da sulla via del Torrione: si tratta dell’elemento più alto di tutto l’edificio che consta di tre ordini di finestre di cui l’ultima arcuata. La prima inaugurazione del Teatro avvenne nel 1931. Nel secondo dopoguerra la sala del Teatro Cilea veniva ampliata, data nuova forma alla linea dei palchi, il soffitto diventava sontuoso imponente, ed il boccascena con la nuova cavea per l’orchestra molto elegante; il Cilea divenne così una struttura tra le più belle e funzionali d’Italia e viene reinaugurato dal sindaco Domenico Mannino il 25 febbraio del 1964 con l’opera Il Trovatore di Giuseppe Verdi.Per circa un ventennio, la struttura accoglie compagnie di prosa, varietà e teatrali, che vantavano i più bei nomi del panorama artistico italiano ed internazionale del dopoguerra. Nel 1985 la commissione di vigilanza della prefettura dichiara inagibile il teatro per necessari radicali lavori di ristrutturazione e di adeguamento alle più recenti norme antincendio. Finalmente, dopo quasi diciotto anni di interminabili lavori, il Teatro Comunale Cilea è restituito alla città di Reggio, pronto a proseguire la sua gloriosa tradizione artistica e culturale, accogliendo gli artisti più importanti di questo primo scorcio del XXI secolo. Dal 2008 alcuni locali dell’edificio ospitano la Nuova Pinacoteca Civica.
 

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Appartenne alla famiglia del “Governatore” Genoese Zerbi, il teorico della “Grande Reggio” che nel 1927 accorpò alla città quattordici comuni della periferia. Il palazzo risale al 1925, e fu costruito sull’area dove sorgeva l’antica villa della famiglia Zerbi prima del 1860, sui modelli veneziani del sec. XIV, con archi in stile gotico.  Di signorile e straordinaria bellezza, è divenuta location permanente di eventi d’alto spessore artistico e culturale, ospitando prestigiose esposizioni d’arte contemporanea, oltre ad apprezzate sezioni della Biennale di Venezia .

L’architettonico della Villa richiama le forme e gli stilemi del medioevo veneziano, con accenni allo stile rinascimentale e ottocentesco. Un’ardita commistione di stili quindi, resa ancor più interessante da un’accurata ricercatezza e ricchezza di particolari sia degli esterni che degli interni dell’edificio.

La facciata è definita da contrasti cromatici abbastanza accesi e da giochi di luci e ombre ottenuti attraverso superfici che alternano l’intonaco ai mattoni a vista, ampie logge, archi a sesto acuto di stile tipicamente gotico, elementi a torre e colonnine adoperate per le balaustre; l’ampio terrazzo è invece sovrastato da una merlatura tipica dei castelli e delle fortezze di età medievale.
Lo stile veneziano, in un ambiente urbano estraneo a queste forme, si spiega probabilmente con la diffusione dell’opera di Viollet Le Duc, Pietre di Venezia, e dei disegni di John Ruskin, che ripropongono, secondo una singolare interpretazione, le campiture cromatiche e le geometrie adoperate nei palazzi della città lagunare, e non solo.

Il recente cataclisma che aveva, di fatto, azzerato la storia delle architetture presenti in città, spingeva le famiglie borghesi dei primi decenni del secolo scorso a ricercare nelle nuove costruzioni una continuità con il passato, unita alla capacità d’interpretare il desiderio di rinnovamento. Pertanto, l’uso di linguaggi “rassicuranti” in cui ritrovare una forte componente storica unita a un’altrettanto incisiva valenza espressiva, diviene anche un modo per esorcizzare la catastrofe e dare un vigoroso segno di rinascita.

Villa Genoese Zerbi fu edificata secondo le norme determinate dal Piano Regolatore successivo al terremoto, detto poi “Piano De Nava” dal nome del suo redattore, perciò arretrata rispetto al precedente edificio, secondo l’allineamento stabilito dalla nuova sistemazione del Lungomare, che prevedeva per tutti i fabbricati una distanza di circa 50 m dal mare e dalla strada ferrata. Per la sua realizzazione furono utilizzati nuovi materiali come il cemento armato, e tecniche costruttive innovative. Elemento di assoluta novità e che rappresenta, in linea di principio, la sintesi della prassi teorica e pratica della contemporaneità, è la standardizzazione di tutti gli elementi formali che costituiscono il decoro della facciata. L’edificio rappresenta, infatti, un esempio di prefabbricazione di tutti gli apparati e degli elementi strutturali connessi; ciò significa che le varie parti dell’apparato, quali colonne, stipiti, archi e balaustre, sono il risultato di una produzione seriale derivata da uno stampo originario, tipica dell’industria moderna e non del lavoro artigianale.

Per quanto riguarda gli spazi interni della Villa, un corpo centrale e circolare all’ingresso e un ampio spazio nella zona lato nord – le cui funzioni non sono ancora molto chiare, probabilmente un grande salone delle feste – accolgono il visitatore, mentre la sensazione di una consapevole incompletezza dell’insieme avvolge e stimola i suoi sensi.

Il piano inferiore si connota, infatti, come nuda struttura in cemento armato fin dall’origine, splendido non finito.
Il piano superiore, invece, un tempo dimora dei marchesi, si presenta rifinito nell’interno e articolato in diverse zone: dalle piccole sale lato sud attraverso un corridoio tangente al corpo centrale si accede ai grandi ambienti di rappresentanza le cui finestre riflettono sui vetri l’azzurro del cielo e del mare. 


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La storia del castello ha seguito, di pari passo, quella di Reggio almeno dal VI sec. d.C. in poi. In età greca e, successivamente, in età romana l’area collinare, dove oggi insiste quel che rimane del possente castello, dovette avere un ruolo di fondamentale importanza nel sistema di protezione della città. Durante il VI sec. d.C. forse in epoca anteriore alle invasioni di Totila (549-551 d.C.), si decise di rifortificare l’area ma è solo in epoca bizantina, tra IX e XI secolo (quando, cioè, Reggio divenne capitale del Thema di Calabria), che si creò sulla collina un vero e proprio kastron, un centro fortificato sviluppatosi dall’ampliamento dell’originario nucleo difensivo bizantino (con ogni probabilità costituito solo da una torre). Nel 1039 la città passò sotto il dominio dei Normanni di Roberto il Guiscardo e, in quest’epoca, fu costruito un donjon, in altre parole una torre-fortezza appoggiata alle mura della città e destinata alle truppe che difendevano Reggio. La costruzione del castello, invece, avvenne probabilmente in età sveva dal momento che la sua struttura originaria (ricostruibile da foto e rilievi dal momento che esso rimase in piedi fin dopo il terremoto del 1908) richiama l’architettura militare di quell’epoca; si trattava, infatti, di un possente edificio a pianta quadrata, con lati di 60 m di lunghezza e con quattro torri angolari, anch’esse di forma quadrata. Secondo alcuni studiosi, però, pensano che la fortificazione avesse assunto tale aspetto già nel corso del XII secolo. Durante il XIII secolo il castello subì alcune trasformazioni.
Nel corso delle ripetute guerre tra Angioini ed Aragonesi venne restaurato nel 1327 e fortificato nel 1381 dalla regina Giovanna I. Un documento del 1382 parla dell’esistenza di sei torri lungo il perimetro del castello. Dopo la conquista di Reggio da parte degli Aragonesi (1440) anche il castello fu oggetto del potenziamento delle fortificazioni dell’intero Regno di Napoli voluto da Ferdinando d’Aragona per creare un’inespugnabile rete difensiva rispondente anche alle nuove tecniche militari, che prevedevano l’uso della polvere da sparo. Quindi, a seguito di questi lavori di ristrutturazione, durati quindici anni, furono aggiunte le due torri circolari merlate (oggi unica testimonianza dell’antico splendore della fortificazione) e un fossato tutt’intorno alla struttura. Originariamente, la merlatura (innalzata di quota durante il 1600) era più bassa e, quindi, più vicina alla sottostante fascia archeggiata. Ogni tre archi era presente una caditoia dalla quale era possibile lanciare sui nemici pietre; il basamento a scarpa garantiva il rimbalzo delle pietre mentre la cornice a profilo arrotondato che la delimitava impediva la risalita degli eventuali nemici. Sul lato orientale della struttura venne aggiunto un revellino, cioè un corpo avanzato a cuneo che terminava in un torrione, che serviva a difendere il castello dal fuoco delle armi a lunga gittata che potevano posizionarsi sulle colline e, nello stesso tempo, ospitava le artiglierie.
Nel corso del XVI e XVII secolo, si susseguirono gli interventi di restauro resi necessari soprattutto dalle continue incursioni dei Saraceni. Nel 1539 Pietro da Toledo, vicerè di Francesco I aumentò la capienza interna del castello, tanto che vi si poterono rifugiare quasi mille reggini che poi vennero fatti prigionieri, unitamente al governatore, quando, nel 1543, il castello fu espugnato dai Turchi di Barbarossa. Verso la fine del 1500, fu decisa una nuova sopraelevazione delle torri per renderle più sicure e per ricevere con più facilità le segnalazioni delle torri costiere del territorio circostante. Nel 1712, il castello passò a Carlo III di Borbone, che adattò l’interno a caserma e ripristinò il fossato occupato, periodicamente, da baracche abusive. Il progressivo consolidarsi del potere dei Borboni sull’Italia meridionale e la conseguente fine delle ostilità determinarono l’inutilità di intervenire ulteriormente con opere di restauro e riadattamento sulle fortificazioni di Reggio e, in particolare, sulla struttura del castello. Dopo il terremoto del 1783, il castello fu adibito a carcere e utilizzato in tal senso per lungo tempo. Ancora dopo l’insurrezione del 2 settembre 1847 e l’uccisione del generale Pinelli, governatore della città, nei sotterranei del castello furono tenuti prigionieri i congiurati. Il 21 agosto 1860 i garibaldini espugnarono il castello.
Negli anni successivi all’unità d’Italia, nel 1874, il Comune acquistò il castello con lo scopo di abbatterlo e costruire al suo posto una grande piazza. Dopo aspre polemiche, si decise di conservare solo le due torri, ma la demolizione non ebbe luogo per lungaggini burocratiche. A seguito del terribile terremoto del 1908, che danneggiò pesantemente la struttura, il Genio Civile la classificò come non più utilizzabile. Si decise, nel nuovo Piano regolatore, di demolirla, permettendo così la creazione del prolungamento della via Aschenez e lasciando in piedi solo le due torri circolari. La demolizione ebbe luogo nel 1922. Oggi, dopo un restauro statico ultimato nel 2000, il castello viene utilizzato come sede di mostre temporanee ed eventi culturali.
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 Nata come Orto Botanico, la Villa Comunale di Reggio Calabria, fu realizzata per iniziativa della Società Economica e Comizio Agrario cheacquistò nel 1850, l’area. Al suo interno, nel 1880 venne realizzata una struttura in stile neoclassico che ospitava l’Osservatorio Metereologico e Geodinamico. Alla fine del XIX secolo, per l’interessamento del Sindaco reggino Demetrio Tripepi, l’Orto Botanico divenne di proprietà demaniale e venne trasformato in giardini pubblici. Durante la Festa Madonna del settembre 1896, i Giardini vennero inaugurati e aperti al pubblico. 

Nel 1907, alla presenza del Re Vittorio Emanuele III, fu inaugurato il busto bronzeo del Re Umberto I, realizzato dallo scultore Concesso Barca, da quel momento i giardini presero il nome di “Giardini Pubblici Umberto I”.Il busto del re Umberto si trova all’ingresso dei giardini dal lato del Corso Garibaldi. Esso si erge su un basamento di marmo bianco, all’interno di un’aiuola. 

Iniziando la passeggiata all’interno dei giardini, tra le piante esotiche si possono ammirare i busti di eminenti personalità reggine come quello bronzeo di Domenico Tripepi, quello del patriota Antonio Plutino e quello di Rocco Zerbi.
Si trovano inoltre la Stele del Partigiano (1944), il Monumento in onore dei caduti per servizio istituzionale (1992), una moderna scultura realizzata negli anni ’70, raffigurante dei busti e numerose colonne greche sparse nelle aiuole, rinvenute in mezzo a materiale di riporto.

Di rilevante importanza è il Portale di casa Vitrioli, in pietra di Siracusa, una delle poche strutture che ha resistito al sisma del 1908.
Il portale si trovava nella casa del latinista e poeta reggino Diego Vitrioli, di fronte alla villa, che venne danneggiata durante i bombardamenti e poi demolita nel 1962. Il portale venne messo all’ingresso della villa comunale e successivamente spostato nella posizione attuale (1974).

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