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Strabone vuole che Cosenza sia stata la capitale dei Brettii,
o Bruzi , un popolo ritenuto rude, costituito da pastori e da
montanari che abitavano l’altopiano silano, poco distante dalle
floride colonie greche della costa ionica. In seguito alle successive
immigrazioni di popoli diversi, le confederazioni che ne seguirono,
fondarono una città che era nata da un accordo, da un consenso,
da cui il nome di Cosenza. Le vittorie sui vicini Lucani, ne estesero
ben presto il dominio sulla Valle del Crati.
Le prime notizie storiche su Cosenza si riferiscono al IV sec. a.C.
quando i Brettii la scelsero come loro capitale. In tale scelta fu
certamente determinante la posizione favorevole del luogo in cui
essi si insediarono: il colle Pancrazio. Questo, uno dei sette colli su
cui si è sviluppata nel tempo la città, domina la valle del fiume Crati
nel punto in cui confluisce col Busento, ed è difeso da entrambi i lati
dalla Catena Costiera e dalla Sila.
La minaccia che questo popolo guerriero costituiva per la tranquillità del
le vicine città magno-greche, spinse queste ultime a ricorrere agli aiuti
della madrepatria. Dopo l’infruttuoso intervento degli spartani, giunse a
Cosenza Alessandro il Molosso che trovò la morte vicino al fiume
Acheronte, nei pressi della città di Pandosia. Ancor oggi gli studiosi
sono divisi circa l’ubicazione di questa mitica città, scomparsa senza
lasciar di sé alcuna traccia.
Tuttavia la forza e la fierezza di questo popolo, nonostante alcuni
tentativi di ribellione, dovettero cedere all’arrivo dei Romani. Nel 134 a.C.
la Via Popilia che si innestava a Capua alla Via Appia e che giungeva fino
a Reggio, avvicinò Cosenza a Roma sotto il cui dominio accrebbe la sua
importanza specialmente dal punto di vista economico. Negli anni
successivi i Bruzi salirono alla ribalta della storia per le lotte con gli altri
popoli colonizzati e in occasione della rivolta di Spartaco.
Nel 40 a.C. in preda alla guerra civile, Cosenza fu invano assediata da
Sesto Pompeo.
Durante l’impero di Augusto fece parte della terza regione che comprende
va il Salento, la Lucania ed il Bruttium e fu sede di un potente prefetto.

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Sarà, però, necessario aspettare molti anni prima di sentire parlare
ancora di questa città presso la quale, nel 410 d.C., forse a causa della
malaria, vi trovò la morte Alarico, re dei Visigoti, reduce del sacco di
Roma. La leggenda lo vuole sepolto, col suo ricco bottino di guerra,
sotto l’alveo del fiume Busento, deviato per l’occasione.
Sotto il dominio di Teodorico, sulla città ebbe importante influenza
l’opera del suo ministro Cassiodoro, calabrese di Squillace.
Dopo il saccheggio degli Ostrogoti, avvenuto nel 542, Cosenza fu
importante presidio bizantino, con tutto quello che ne conseguì:
l’esoso fiscalismo e la pessima amministrazione. Nell’VIII secolo, con la
calata dei Longobardi, le cose divennero ancor più confuse: la città
venne a trovarsi a contatto con entrambi i dominatori, essendo, con
buona probabilità, la linea di demarcazione tra i due domini molto labile
e vicina a Cosenza.
I Bizantini riconquistarono la Calabria per merito di Niceforo Foca,
nell’888. Tuttavia la calma non durò a lungo. Con i primi anni del X secolo
, Cosenza doveva conoscere altri lutti e saccheggi, stavolta per opera
dei Saraceni, che, secondo la tradizione, causarono lo spopolamento
della città. I cosentini, in fuga, ripopolarono molti centri presilani noti
come “i casali”. Nel 903 presso la chiesa di San Pancrazio, posta fuori
delle mura della città, trovava la morte l’emiro Ibrahim Ibn Ahamad; ma
negli anni successivi, le incursioni non conobbero sosta ripetendosi con
drammatica periodicità fino all’arrivo dei Normanni.
Solo con la dominazione dei Normanni, a partire dal 1044, Cosenza visse
un momento di pace e prosperità. In questo periodo divenne capitale del
Giustizierato di Val di Crati e residenza di Ruggero II, Duca di Calabria.
Il nuovo secolo vedeva la presenza tra i Cosentini del giovane imperatore
Federico II che si ritiene assistesse alla consacrazione della Cattedrale
e disponesse la ricostruzione del castello. Federico II di Svevia considerava
Cosenza la sua sede preferita dopo Palermo e Napoli. A lui è dovuta anche
l’istituzione della Fiera della Maddalena, che era una delle sette del
Regno, e che aveva luogo nell’attuale quartiere Rivocati dal 21 settembre al 9
ottobre. Alla morte dell’imperatore, dopo gli sfortunati tentativi di
Manfredi e di Corradino contro l’esercito di Carlo d’Angiò,
sponsorizzato da papa Clemente IV, Cosenza veniva saccheggiata
quale punizione per aver parteggiato per la causa sveva. Solo agli inizi
del Trecento i rapporti con la corte angioina tornarono buoni e si
risolsero a tutto vantaggio dei Cosentini che ottennero la non
infeudazione e lo “status” di città demaniale.
Sotto il dominio degli Angioini e degli Aragonesi si aggravarono le
condizioni economiche della città per l’accentuato fiscalismo e la
seconda metà del ‘400 doveva essere caratterizzata da avvenimenti
drammatici che la vedevano coinvolta nella rivolta di Antonio Centelles
e nella successiva “congiura dei baroni” col risultato di vedersi
ripetutamente assediata e devastata.
Con il Viceregno spagnolo, Cosenza ospita un governatore che si
affianca, per la gestione delle sue attività, al cosiddetto “primo sedile”,
una sorta di municipio costituito da nobili, il cui accesso particolarmente
difficile, diviene ambito dalle famiglie che aspirano alla promozione sociale.
E’ con il Rinascimento che si aprì un secolo d’oro per Cosenza, che
vide in questo periodo la nascita e lo splendore, soprattutto per il gran
numero di personaggi che vi portano lustro, primo fra tutti il filosofo Bernardino Telesio, maanche l’umanista Aulo Giano Parrasio che fonda l’Accademia Cosentina
, poi Coriolano e Bernardino Martirano, Sertorio Quattromani, Galeazzo
di Tarsia e numerosi altri personaggi di primissimo ordine che le fecero
meritare il titolo di “Atene della Calabria”. Nel 1535 la città ha il privilegio
di ospitare l’imperatore Carlo V e di preparare un’accoglienza che sarà
spettacolare. Questo secolo presenterà anche momenti dolorosi come
la feroce persecuzione dei Valdesi, le manifestazioni antispagnole
capeggiate da Marco Berardi, la peste del 1576 che la tradizione vuole
cancellata dalla Madonna del Pilerio.
Il ‘600 fu un secolo funesto per Cosenza: nel 1638, un terribile
terremoto si abbatte sulla città e provincia provocando incalcolabili lutti.

Dieci anni dopo, le conseguenze della rivoluzione di Masaniello si fanno

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sentire anche da queste parti alimentando odi antichi e dissidi di classe:
Giuseppe Gervasi, alias Capitan Peppe, appartenente al ceto degli
onorati, giudicato non sufficiente per accedere al “primo Sedile”, ha
modo di vendicarsi dei nobili; ne susseguono tumulti che provocano
tensioni e momenti drammatici. Nel 1656 è la volta di una funesta
pestilenza che decima la popolazione. Tra tutte queste sventure, però, emerge sempre la città dei grandi uomini quali Antonio Serra,
Gian Vincenzo Gravina, Marco Aurelio Severino, Tommaso Cornelio,
Gaetano Argento ed altri. Molti di costoro influenzeranno notevolmente
il secolo che sta per nascere che porrà fine al Viceregno spagnolo e
darà inizio a quello austriaco. Dopo la conquista del trono di Napoli da parte di Carlo di Borbone (1734) nuove speranze animarono i Cosentini, sebbene la città venne
omogeneizzata alla politica del Regno senza fatti o avvenimenti
particolari, se non quelli determinati dal le tremende carestie degli
anni sessanta e la definitiva chiusura dell’Accademia Cosentina e dei
Pescatori Cratilidi di Gaetano Greco. Il terremoto del 1784, sebbene
abbia interessato prevalentemente la Calabria Ulteriore, provoca
ugualmente danni a Cosenza e ne fanno fede i numerosi atti di
devozione nei confronti della Madonna del Pilerio il cui aiuto, come in
occasione della peste del 1576, è nuovamente invocato dai fedeli.
Intanto le idee della rivoluzione francese arrivavano anche in questo
estremo lembo d’Italia: nel 1799 a Cosenza si piantano gli alberi della
libertà e si vivono con la stessa intensità di Napoli le vicende della
cosiddetta “Rivoluzione napoletana”. La cruenta azione dei Sanfedisti
non risparmia questa città che paga con le efferatezze degli uomini
del cardinale Ruffo la sua vocazione repubblicana. Il “decennio
francese” vi proietta l’aria di novità delle leggi eversive, della nuova
amministrazione finanziaria dello stato e di iniziative tendenti ad una
maggiore eguaglianza dei cittadini verso lo stato centrale; d’altra parte,
però, presenta il discutibile atteggiamento dei soldati francesi,
l’impopolarità della soppressione dei monasteri e degli ordini religiosi,
la feroce persecuzione del brigantaggio. Con il ritorno dei Borboni sul
trono di Napoli, molte leggi introdotte dai napoleonidi restano immutate,
anzi gli effetti positivi si avvertono proprio in seguito.

Nel 1820 la città visse i primi moti carbonari,ma gli entusiasmi del Regno Italico

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Costituzionale si infrangono nella più dura repressione e nella condanna a morte dei fratelli Bandiera e la loro fucilazione nel Vallone di Rovito. Intanto il terremoto del 1854, ben più grave di quello che si era verificato nel ‘32, si abbatte su Cosenza provocando lutti e miserie. Il momento magico dell’Unità d’Italia che aveva acceso in tutti speranze di un futuro migliore, si spegneva rapidamente con l’acuirsi dei problemi caratterizzanti la società meridionale in genere e calabrese in particolare.
Anche uomini di notevole caratura intellettuale, non bastano per scalfire una situazione ormai cementata dalla quale si esce solo con l’emigrazione. Il ‘900 porta qui come altrove, la prima guerra mondiale, la terribile epidemia detta “spagnola”, poi il fascismo e la lotta di liberazione. Tutti eventi che vedono elevarsi uomini di primissimo piano: da Luigi Fera a Pietro Mancini a Fausto Gullo a don Carlo De Cardona a don Luigi Nicoletti. Dalla fine del secondo conflitto mondiale alla fine degli anni cinquanta, si è assistito al fenomeno più traumatico che la città abbia potuto conoscere dalle sue origini dal punto di vista urbanistico: lo spopolamento del centro storico e la nascita di una nuova Cosenza di là dei fiumi.

Oggi Cosenza è una delle città più vive della Calabria e, culturalmente, grazie ad un potenziamento ed arricchimento dell’offerta vive una fase di rilancio e crescita capace di sfruttare le ricchezze di questa terra. Tutti i musei presenti in città, fatta eccezione per il MAB e per il Museo di Archeologia Informatica, si trovano nel centro storico, che è uno tra i più belli e grandi d’Italia.
Nella parte moderna, sull’isola pedonale, si dispiega il nuovo percorso d’arte, con sculture dei maggiori artisti del ‘900 posizionate a poche decine di metri l’una dall’altra: è il MAB, il Museo all’aperto Bilotti, dal nome della famiglia che ha donato le opere di Dalì, Manzù, De Chirico, Greco, Consagra, Sosno, Rotella. Al di là del pregiato contenuto artistico, rappresenta anche un’efficace opportunità educativa: a Cosenza, è possibile passeggiare, facendo shopping, conversando e fruendo nel contempo di un percorso di elevato valore artistico, favorendo l’educazione alla consapevolezza del patrimonio comune e l’apertura dei sensi ad un’atmosfera densa di cultura e civiltà.

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Reperti dell’antica storia cittadina e calabrese, di età protostorica, ellenistica e romana, si trovano nel Museo archeologico dei Brettii e degli Enotri. Il Museo espone una vasta collezione archeologica, proveniente dalla città e da località diverse della sua provincia, che abbraccia un ampio arco cronologico: dai resti ossei del Paleolitico superiore delle grotte di Cirella, sino all’oinophoros di età romano imperiale (III sec. d.C.) proveniente da Cosenza.
La Galleria Nazionale custodisce collezioni di Mattia Preti, Luca Giordano, Pietro Negroni e la Gisella di Boccioni, a cui di recente si sono aggiunti 38 dipinti dal ‘500 al ‘900 della Collezione Carime. E’ sede di varie mostre temporanee di alto profilo.
La Biblioteca Nazionale di Cosenza, situata alle spalle del Duomo, in Piazzetta Toscano, oltre al compito istituzionale di conservazione e valorizzazione del proprio patrimonio, promuove la cultura nelle sue molteplici sfaccettature con diverse iniziative: mostre, convegni, spettacoli teatrali, concerti. La presenza di un’area archeologica all’interno della Biblioteca Nazionale conferma che si tratta di una tappa importante nel percorso di riappropriazione e conoscenza dell’antica città di Cosenza.

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La Biblioteca Civica di Cosenza ha sede nella splendida Piazza XV Marzo ed è strettamente legata alla storica Accademia Cosentina, che la istituì nel 1871 e di cui rimane parte integrante, condividendone lo stesso presidente. La biblioteca è una delle più importanti del Meridione d’Italia, contiene circa 200.000 volumi, con un grosso fondo d’opere sulla Calabria.

Nello stesso complesso architettonico, alle spalle della Biblioteca Civica si trova la Galleria Provinciale Santa Chiara, fino a poco tempo fa sede della Caserma dei Carabinieri, che ospita ciclicamente nuove e differenti esposizioni di arte contemporanea.
Il Museo Interattivo di Archeologia Informatica è un’esposizione permanente di “reperti” dell’archeologia informatica, strutturato in sezioni che descrivono l’evoluzione delle macchine attraverso i decenni, vanta numerose macchine e si arricchisce ed implementa ogni giorno grazie alle donazioni di privati e di istituzioni.
Il Museo delle Arti e dei Mestieri si propone come una finestra sulle tradizionali attività della provincia. Le mostre di artisti contemporanei cosentini e mostre temporanee sull’artigianato d’eccellenza, corredate ciascuna da laboratori artigiani di grande valore storico, antropologico e sociale sono il fiore all’occhiello di questo spazio culturale al contempo affacciato sul passato e proiettato nel futuro e all’estero.

MAB – Museo all’Aperto Bilotti

l MAB è collocato sull’arteria principale della parte nuova della città di Cosenza. Un sapiente progetto, realizzato grazie alle donazioni dei mecenati cosentini Carlo ed Enzo Bilotti, che vede opere di grandi maestri quali l’enigmatica e simbolica composizione di “San Giorgio ed il Dragone” di Dalì, diverse opere di Giorgio De Chirico, il “Lupo della Sila” dell’artista calabrese Mimmo Rotella ed ancora opere di Consagra, Manzù, Emilio Greco e Sasha Sosno. Una mostra all’aperto, lungo Corso Mazzini, che permette a chi lo attraversa di fruire l’arte en plein air.

Il MAB, al di là del pregiato contenuto artistico, rappresenta anche un’efficace opportunità educativa: a Cosenza, è possibile passeggiare, facendo shopping, conversando e fruendo nel contempo di un percorso di elevato valore artistico, favorendo l’educazione alla consapevolezza del patrimonio comune e l’apertura dei sensi ad un’atmosfera densa di cultura e civiltà.
Da Piazza dei Bruzi, all’interno del percorso artistico del MAB, troviamo Le Tre Colonne di SACHA SOSNO: marmo di Carrara (cm 251 x 107.5 x 4.8) con propria base (cm 20 x 143 x 69). L’opera, esemplare unico, è una realizzazione originale dell’artista, che la creò nel 2008 appositamente per il MAB di Cosenza: l’autentica è firmata da Marisa del Re della New York Master Exhibitions. Le opere cosentine di Sacha Sosno esprimono a pieno la visione dell’artista che, svuotando le masse degli oggetti e giocando coi vuoti, lascia allo sguardo del visitatore la ricomposizione di ciò che manca nella scultura. Di Sacha Sosno anche Sette di cuori, la carta da poker intagliata in marmo bianco di Carrara (cm 127 x 200 x 15) poggiante su una base di granito grigio proveniente dalle cave silane, lavorato da Lucio Ghio. Commissionata da Carlo e Vincenzo Bilotti, nel Sette di cuori, il numero è riferito ai sette colli della città di Cosenza mentre il segno del cuore testimonia l’amore dei fratelli Bilotti per la loro città natale.

Di GIORGIO DE CHIRICO è il Grande Metafisico: la scultura è stata fusa in lega di bronzo con patina scura e dorata nel 2009 (cm 320 x 86 x 104). Prodotta in un unico esemplare, è ispirata all’opera omonima scolpita da De Chirico nel 1985 e si rifà a un dipinto con lo stesso soggetto eseguito nel 1917. La fusione è stata realizzata dalla fonderia Bonvicini di somma campagna (VR) e l’autentica dell’opera è conservata all’Archivio Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. Soggetto dell’opera è l’enigmatico manichino di De Chirico che qui veste i panni del metafisico e del matematico ornati con squadre, righelli e strumenti di proiezione geometrica, ma anche di elementi della cultura classica come il frontone di un tempio greco, a testimoniare il suo forte legame con il mondo ellenistico. Di De Chirico anche Grandi Archeologi (cm 170 x 120 x 120), scultura fusa nel 2008 nella Fondazione Taviani Realizzazione Srl, costituita da una lega di bronzo con patina scura. È un esemplare unico tratto da una copia modellata dall’artista nel 1968, contrassegnato dal numero 0/0 e reca impressa sulla base la firma dell’autore. Rappresenta i due archeologi, seduti uno accanto all’altro nell’atto di meditare su un passato mitico, non con atteggiamento di rimpianto, ma come ricordo delle radici. Continuando il percorso del MAB, si incontra un’altra delle opere di Sacha Sosno, I Bronzi di Riace, acciaio smaltato in rosso (cm 271 x 120 x cm 1,5). L’opera, realizzata nel 2006, è anch’essa esemplare unico: l’autentica è firmata da Marisa del Re della New York Master Exhibitions.

Si giunge, dunque, alle due opere di MIMMO ROTELLA: La Rinascita della Cultura, lega di bronzo con porzioni dorate ( cm 210 x 109 x 120 ) e con basamento (cm 105 x 119 x 128), che è stata fusa ed assemblata in esemplare unico dall’artista e reca in basso la sua firma. È alta due metri, poggia su un basamento in pietra di San Lucido alto circa un metro ed è stata realizzata nella Fonderia Artistica Mapelli di Cesate (Milano). La scultura fu commissionata al maestro Rotella dall’Amministrazione comunale di Cosenza nella realizzazione del progetto “ La città come museo aperto”. In seguito ai tragici eventi dell’11 settembre 2001, il maestro Rotella volle rappresentare in quest’opera l’allegoria della rinascita della cultura considerando questa uno dei pochi mezzi per sconfiggere il terrorismo e l’incomunicabilità e favorire altresì la pace fra i popoli. Da una catasta di libri, dunque, si staccano alcuni elementi, libri nell’atto di spiccare il volo come degli uccelli, a esprimere l’innalzamento dell’ingegno umano in grado di sconfiggere ogni forma di fondamentalismo. Essendo poche le opere scultoree presenti nella produzione artistica dell’artistica, La Rinascita della Cultura è da considerarsi particolarmente importante e ormai parte integrante del MAB. Così come la seconda opera del maestro Rotella, Il lupo della Sila, granito verde (cm 120 x 147 x 38,5 ) con propria base (cm 17 x 180 x 88). La scultura, esemplare unico, commissionata all’artista da Vincenzo Bilotti, è l’ultima opera di Rotella che ne realizzò il prototipo in legno in attesa che la scultura finale fosse realizzata in marmo verde dagli scalpellini di Carrara a Milano. Il lupo ululante, nella sua particolare dinamicità, vuole esaltare una cultura popolare calabrese, e cosentina in particolare, profondamente legata alla montagna.

Più avanti si incontra la Grande Bagnante N.2, lega di bronzo (cm 225 x 68 x 62) con propria base (cm 9,5 x 42 x 6 8,5), eseguita da EMILIO GRECO nel 1967. Fu acquistata da Carlo Bilotti dalla Irving Gallaries Inc. di Palm Beach, Florida. L’opera fa parte del secondo ciclo delle Grandi Bagnanti, tema ricorrente nella scultura di Emilio Greco, che si rifà chiaramente all’arte classica e rappresenta la versione moderna della Venere dell’antichità, simbolo di fascino e amore. Bilotti, nel 2004, donò un’altra delle Bagnanti, quella del 1959, alla Galleria Nazionale di Cosenza.
Si arriva ora all’Ettore e Andromaca, ultima opera di De Chirico presente nel MAB. Lega in bronzo con patina scura, 8cm 230 x 115 x 77) con propria base (cm 10 x 116,5 x 82). L’opera è tratta da una copia dell’edizione del 1986, a sua volta realizzata dall’originale. La scultura è la diretta espressione del desiderio dell’artista di vedere l’opera realizzata in dimensioni monumentali: l’operazione è stata infatti autorizzata dalla stessa Isabella De Chirico e porta sia la firma dell’artista che il numero 00/00. Si ispira al dipinto dello stesso artista in cui i due protagonisti, presso le Porte Scee, si dicono addio senza potersi abbracciare poiché privi degli arti superiori. Nella scultura, invece, la drammaticità del momento – Ettore saluta la sua donna prima di partire in battaglia, verso una morte certa – appare più profonda poiché esaltata dalla plasticità dei corpi raffigurati in un momento di piena tensione e animata grazie al movimento dei capelli di Andromaca che, come il mantello di Ettore, appaiono mossi dal vento.
La passeggiata nell’arte en plein air conduce quindi a San Giorgio e il Drago di SALVADOR DALI’. Lega di bronzo, lega di ottone, 8cm 8 x 120 x 76) con propria base (cm 8 x 136 x 82). L’opera è una delle sette copie dell’edizione museale che vede inoltre tre prove d’artista, più due non in commercio e due prove di fonderia e si ispira al dipinto originale dell’artista Saint George et le Dragon (1977). Nella scultura, che riporta fedelmente la tradizione secondo cui San Giorgio salvò la principessa della città libica Selem da un drago che era prossimo a dilaniarla, si esplicita, però, l’intenzione di Dalì di mostrare San Giorgio come simbolo “critico-paranoico”. Il drago è la rappresentazione della ragione umana, in accordo con la visione daliniana della prorompente metamorfosi della normalità delle cose. Accanto a san Giorgio, una figura femminile festeggia l’evento con il braccio innalzando in segno di vittoria.
La scultura successiva è la Testa di Medusa, di GIACOMO MANZU’, lega in bronzo (cm 79 x 75 x 42), realizzata nel 1999 dalla scultura creata da Manzù nel 1946, da cui sono state tratte altre 9 fusioni. L’autentica dlel’opera è a firma di Inge Manzù. L’opera raffigura la testa di Medusa, unica tra le Gorgoni a non avere il dono dell’immortalità, che ebbe il torto di essere l’oggetto del desiderio del dio del mare Poseidone, scatenando le ire della dea che trasformò i suoi capelli in serpenti e fece in modo che il suo sguardo trasformasse in pietra chiunque lo incrociasse. Questo fin quando Perseo la decapitò. Nella scultura presente nel MAB, la violenza classica delle rappresentazioni della Gorgone non è presente: è descritta invece una giovane donna ancora inconsapevole del destino che la attende.
A seguire nel MAB, nei pressi di piazza Kennedy, luogo scelto dalla vedova dell’artista, l’opera Ferro Rosso diPIETRO CONSAGRA, scultura bi frontale in lastra di ferro tagliata e dipinta con vernice poliuretanica (cm 130 x 113 x 1), opera unica del maestro. L’ultima scultura nell’aerea pedonale di Corso Mazzini è il Cardinale in Piedi di Giacomo Manzù, lega in bronzo (cm 300 x 88 x 48), eseguita nel 2004, quinto di 8 esemplari che sono tratti dall’opera originale del 1965. La storia dell’opera è legata ad un viaggio a Roma in cui lo stesso Manzù rimase colpito dalla visione del Papa sul trono pontificio al cui fianco erano due cardinali in atteggiamento solenne. Visione che colpì a tal punto l’artista da divenire soggetto tenuto in grande considerazione nella sua opera, ma a cui non si debbono attribuire significati religiosi, ma solo la rappresentazione, attraverso linee essenziali e decise, del potere e dell’impenetrabilità.
In Piazza Bilotti sono invece Paracarro Grigio Bardiglio, Paracarro Bianco di Arni, Paracarro Rosato di Toscana eParacarro Noce di Siena, opere di Pietro Consagra, in marmo travertino scolpito a mano (cm 186 x 54 x 43) con proprie basi di cm 46 x 58 x 41. Realizzati in esemplari unici dal Laboratorio di Sem Ghilardini a Pietrasanta nel 1991, hanno le autentiche a firma Gabriella Consagra. Isolata rispetto alle altre, la Bifrontale Rosa Scuro di Toscana, travertino scolpito a mano 8cm 371 x 210 x 62, 5) con propria base ( cm 35 x 176 x 84), con autentica e realizzazione identiche alle altre, così come negli intenti dei Paracarri minori, ma raddoppiata in dimensioni per dominare lo spazio circostante. Per l’artista, esponente del gruppo astrattista “Forma”, la scultura è espressione del ritmo della vita contemporanea e in essa gli elementi plastici sarebbero la sintesi formale delle azioni dell’uomo a contatto con gli ingranaggi di questa società.
La Galleria Nazionale di Cosenza, situata nel prestigioso Palazzo Arnone, sul colle Triglio, in via G. V. Gravina a Cosenza, è sede della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria. È costituita dalla collezione dei dipinti che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, sono stati acquisiti al patrimonio dello Stato e documenta momenti significativi dell’arte italiana, in particolare meridionale, dal Cinquecento al Novecento. Espone opere di pittori nati in Calabria, da Pietro Negroni a Mattia Preti a Umberto Boccioni e, in considerazione della storica dipendenza della Calabria da Napoli, di artisti napoletani che hanno influenzato gli esiti della pittura locale. La sede,Palazzo Arnone, fu eretto nel primo Cinquecento,da Bartolo Arnone e fu venduto allo stato prima di essere completato.

Nel tempo ospitò i presidi di Calabria Citeriore e il Grande Archivio di Giustizia, fu prima sede del Tribunale e della Regia Udienza e col tempo assunse la funzione di carcere. Due gravi incendi: il primo nel 1734 in seguito ad un tumulto popolare e nel 1747 per una rivolta delle donne che vi erano detenute, lo resero temporaneamente inagibile. Qualche decennio più tardi venne restaurato e, nel 1758, il Governatore delle Calabrie vi fece costruire agli angoli quattro bastioni ( un primo era stato eretto dal preside Filomarino nel 1747). Ma il terremoto del 1854 fece crollare l’ultimo piano che non venne più ripristinato. Successivamente il piano superiore divenne sede del tribunale e quello inferiore carcere mandamentale. Dopo il trasferimento del carcere, iniziarono i lavori per l’adattamento della struttura a sede museale.

La Galleria Nazionale, recentemente riaperta al pubblico con un allestimento in linea con gli standard europei, ha ricevuto il riconoscimento istituzionale ufficiale con Decreto Regionale istitutivo del 30 maggio 2009. Annovera pregevoli opere di Mattia Preti ( Ercole che libera Prometeo, Ercole che libera Teseo, il Martirio di San Sebastiano, San Girolamo, Giacobbe, Labano il suo gregge e Rachele), due bozzetti di Sebastiano Conca, un dipinto di Stefano Liguoro; una Sacra Famiglia del cosentino Pietro Negroni; un bozzetto di Corrado Giaquinto che raffiguraL’Olimpo e Apoteosi della Spagna; splendide tele di Luca Giordano ( Morte di Lucrezia, Morte di Cleopatra, Veduta di Napoli con architettura).
Nella piazza antistante venne piantato uno degli alberi della libertà e nel vasto androne con volta a botte è affrescato lo stemma del Reame di Spagna datato 1775.
Luigi Bilotto
Ingresso libero
apertura: dal martedì alla domenica
orario: 10.00 – 18.00
Via G.V. Gravina
tel. 0984 795639
fax 0984 71246
e-mail: sbsae-cal.segreteria@beniculturali.it
web: www.articalabria.it

A conclusione dei lavori di restauro, finanziati dalla Fondazione “Attilio e Elena Giuliani onlus”, che ne ha acquisito la proprietà dall’Italgas, la cerimonia di riapertura della gloriosa residenza della famiglia Rendano, edificata dal musicista Alfonso Rendano.

Con l’intervento conservativo si è inteso restituire alla città uno dei manufatti di maggior pregio, lasciando immutate tutte le morfologie ambientali, strutturali e le distribuzioni planimetriche ereditate dal precedente restauro. Il progetto di restauro critico, conservativo e di ripristino ha seguito alcune linee guida, con l’intento sia di “recuperare” e “conservare” tutti gli elementi originali ancora presenti nella villa, sia cercando di “ripristinare” parti mancanti e di trasformare gli elementi esistenti, rimaneggiati negli anni dai diversi proprietari, riconducendoli al loro aspetto originario attraverso fonti storiche.
La città si riappropria di Villa “Rendano”, uno dei luoghi più emblematici del patrimonio artistico e culturale di Cosenza.
Villa Rendano si inserisce in quel fenomeno di urbanizzazione che a Cosenza, nella seconda metà dell’ottocento, interessò le aree immediatamente esterne all’antico nucleo abitato al di là dei fiumi Crati e Busento. L’edificio fu ultimato nel 1891, come confermato dalla data apposta al cancello d’ingresso.
Dopo essere appartenuta alla famiglia Rendano, la Villa venne successivamente venduta alla famiglia del marchese Annibale Berlingieri che, pur abitandola per un breve periodo, la suddivise in più unità abitative da locare, trasformando ed impoverendo il ruolo e la destinazione dei vari ambienti e aumentandone nel contempo la volumetria per realizzarvi locali di servizio. In seguito il conte Angelo Giannone, che rilevò la Villa dai Berlingeri, la suddivise ulteriormente. Negli anni novanta Villa Rendano fu acquistata dalla società Italgas, che, dopo alcuni lavori di restauro, ne fece la sua sede operativa e di rappresentanza.
Info:
Fondazione Attilio e Elena Giuliani onlus
Via Triglio
info@fondazionegiuliani.com
tel. 0984.73022
lun/sab 9.30 – 13.00 o su appuntamento telefonico – A PARTIRE DA SETTEMBRE

Il Duomo di Cosenza è tra i più noti e particolari edifici sacri dell’Italia Meridionale, dal 12 ottobre 2011 è diventato “Patrimonio testimone di una cultura di pace dell’UNESCO”. L’edificio è situato in Piazza Duomo, la vecchia Piazza Grande, un tempo baricentro della Cosenza ottocentesca testimone di ogni sorta di avvenimento di primo piano che caratterizzava la vita della città.

Le sue origini sono ignote, ma secondo gli studi architettonici ed i numerosi saggi effettuati alla fine degli anni ’40 del Novecento, si può ritenere opera della metà dell’XI secolo. Il 9 giugno 1184 un disastroso terremoto che sconvolse Cosenza e la sua provincia, provocò il crollo della chiesa sotto le cui macerie finirono l’arcivescovo Ruffo ed il popolo dei fedeli.

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La ricostruzione fu lenta e nel 1222, alla presenza dell’imperatore Federico II, il Duomo venne solennemente consacrato; in quell’occasione, secondo la tradizione, il sovrano fece omaggio alla chiesa cosentina di una preziosa croce reliquiario meglio nota come Stauroteca.

Croce reliquiario

Nel corso della sua lunga storia il sacro tempio subì numerose manomissioni, a volte per necessità, spesso solo per aderire a mode o gusti del tempo. Sarà necessario giungere alla fine del XIX secolo per avere una fase di rinascita per il Duomo, quando furono portate alla luce le strutture della primitiva chiesa e tutte le altre linee originarie. La facciata presenta una divisione in tre parti nello sviluppo trasversale della zona basamentale corrispondente alla divisione interna in tre navate, ed è dominata da un antico rosone inizialmente polilobato con due rosoni più piccoli che sovrastano i portali. Il tutto in stile gotico cistercense ravvisabile anche nell’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore.

 

All’interno, la cappella della Madonna del Pilerio, dove è custodito l’omonimo dipinto su

tavola. L’opera rappresenta uno dei prodotti artistici più rilevanti di un vasto movimento artistico-culturale che ebbe a subire sia gli influssi del bizantinismo aulico delle opere messinesi del secolo XIII, sia le affinità delle ricerche plastiche perseguite dai maestri toscani pre-cimabueschi fino ad inserirsi in una linea che unisce Monreale, Messina e la Campania.

L’immagine che viene adoperata per la Madonna del Pilerio, è quella della Galaktotrophusa, cioè allattante. In questo caso, l’area di pertinenza dell’opera appare impregnata dell’ondata di cultura costantinopolitana importata in Campania. La cappella dell’arciconfraternita Orazione e Morte dove furono poste le spoglie dei Fratelli Bandiera e quelle dei loro compagni. Nel 1867 furono traslate a Venezia e sepolte nella Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. Tuttavia quelle degli altri martiri cosentini, riposano ancora nella cripta della cappella. Nel transetto, è posta una scultura che è sui libri di storia dell’arte come uno dei primi esempi di gotico francese in Italia: il monumento funebre di Isabella d’Aragona, moglie di Filippo l’Ardito re di Francia. Dell’opera, di artista francese, si era persa ogni traccia, perché murata durante il rifacimento settecentesco della chiesa. Fu ritrovata casualmente nel 1891 mentre si effettuavano dei lavori nei pressi della parete sinistra del transetto. Sulla navata destra è posto il sarcofago di Meleagro di epoca tardo antica, ma anche probabile rifacimento medievale su uno schema frequente, contenente delle ossa che potrebbero appartenere ad Enrico lo Sciancato, figlio di Federico II, secondo alcuni morto suicida, secondo altri per mano dello stesso imperatore. Da osservare ancora un crocifisso ligneo del ‘400 che mostra un’evidente espressività tardo gotica, visibile in alto, nel tresetto, e proveniente dalla cappella della famiglia Telesio, oggi non pià esistente, che probabilmente, conteneva anche la tomba del filosofo Bernardino improvvisamente dimenticata e dispersa sia dalle autorità ecclesiastiche che da quelle municipali.
Nei pilastri di fronte al sarcofago, resti di affreschi del XIV secolo raffiguranti l’Annunciata e l’Angelo annunciante. Accanto frammenti del primitivo pavimento di epoca sveva rivenuto in un’antica cappella che ci fa ritenere che al tempo della sua fondazione il Duomo, oltre ad essere interamente affrescato, fosse pavimentato a mosaico a somiglianza del Patirion di Rossano e della chiesa di Sant’Adriano a San Demetrio in Corone.
Luigi Bilotto
Piazza Duomo 1 – tel. 0984.77864
Ingresso libero; apertura: LMMGVSD; orario invernale: 8.00 – 12.00 / 15.30 – 19.00 – orario estivo: 8.00 – 12.00 / 16.30 – 20.00

IL CASTELLO SVEVO
Sorto come fortezza, svetta sul colle Pancrazio il Castello Svevo. Edificato sicuramente dai Saraceni sui ruderi dell’antica rocca bruzia, fu revisionato da Ruggero II nel 1130, ma, appena 54 anni dopo, il funesto terremoto del 1184 lo rese completamene inagibile.
Toccò alle maestranze di Federico II di Svevia (Stupor Mundi) ripristinarlo aggiungendovi la torre ottagonale nel 1239. Nel 1443 fu sicuramente arredato a festa e adibito a residenza principesca per accogliere i novelli sposi Luigi III d’Angiò e Margherita di Savoia.
Nel corso della lunga diatriba tra Angioini ed Aragonesi, fu utilizzato quale zecca di monete ed è sicuro che Alfonso d’Aragona vi trascorse momenti lieti della sua adolescenza. Successivamente venne via via adibito a deposito d’armi e a prigione. Il terremoto del 1638 ne decretò l’inizio del declino. Il vescovo Capece Galeota, verso la metà del Settecento adattò l’edificio a seminario.
Da quel momento il castello non conobbe più pace essendo sempre, praticamente, un cantiere di lavoro aperto con restauri che dovevano eliminare gli orrori degli interventi precedenti. Nel cortile interno sono evidenti le modifiche effettuate dai Borboni per installarvi il carcere.

 

Tuttavia a parte i danni causati dai già noti eventi tellurici, altre conseguenze vennero provocate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Si visita il castello partendo dal cosiddetto “corridoio angioino” la cui denominazione è dovuta allo stemma contenente i fiori simbolo della dinastia francese, incastrato quale chiave di volta, verso cui convergono costoloni svevi nascenti da mensoloni decorati con fogliame, anch’essi scolpiti alla maniera sveva. Sulla sinistra, un locale noto come “cisterna Santa Barbara”; sulla destra il “salone di ricevimento” utilizzato per il protocollo di rappresentanza nelle cerimonie ufficiali. Il “corridoio angioino” un tempo delimitava a destra il vasto cortile del castello, a sinistra la “sala delle armi” costituita da sei sale comunicanti. Sul lato opposto del salone si accede alla cosiddetta “sala del trono” verso la quale conduceva il “corridoio angioino”. Uscendo dalla “sala del trono” e andando verso il cortile, sulla sinistra, si trovano resti delle murature edificate nel ‘700 per adattare la struttura a seminario. Più avanti, sul lato ovest, sono posti i bastioni ottocenteschi su un probabile sostrato angioino e, accanto resti del locale ottocentesco destinato ai servizi. Vicino al castello ci sono i ruderi della chiesa e del convento dei Cappuccini.
Luigi Bilotto
Piazza Federico II
tel: 0984 813806 

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